Martiri delle Foibe, una tragedia per tutti gli italiani a lungo dimenticata
di “La Prof”
“La Repubblica italiana ricorda”. Sono le parole impresse sull’insegna metallica consegnata ai discendenti di una delle tragedie che hanno insanguinato il secondo dopoguerra. Il “simbolo più tetro” (secondo le parole, nel 2025, del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella) di una stagione che, nelle zone del cosiddetto “confine orientale”, vide l’oppressione fascista cedere il passo alla dittatura comunista di Tito con il suo corollario di uccisioni, arresti, torture, saccheggi e sparizioni.
La città di Sesto San Giovanni ha intitolato ai Martiri delle Foibe una via nel quartiere Vulcano (dal nome dell’area dove sorgeva l’ex stabilimento Falck). Nelle cavità carsiche con ingresso a strapiombo della penisola istriana hanno concluso la loro vita qualche migliaio di connazionali. Dirne con esattezza il numero è impresa ardua per la conformazione di questi inghiottitoi naturali che ha consentito il recupero di poche centinaia di salme.
Al riguardo: nel momento in cui Trieste passò sotto il loro comando, le truppe alleate anglo-americane tentarono di scoprire che cosa nascondesse al proprio interno l’ex pozzo minerario di Basovizza, collocato sull’altopiano carsico al di sopra della città giuliana. Si sapeva che, nel corso dei 40 giorni dell’occupazione della località portuale da parte delle truppe jugoslave di Tito (tra il maggio e il giugno 1945), questa foiba era stata utilizzata per esecuzioni sommarie e occultamento dei cadaveri dei nemici della dittatura. L’operazione alleata non condusse tuttavia a risultati di rilievo perché, nel tentativo di coprire in qualche modo le tracce delle atrocità commesse, la cavità era stata colmata in parte con tonnellate di detriti, senza contare le carcasse di animali, i rifiuti e le munizioni ivi gettate. L’instabilità dell’ambiente di lavoro, unito al pericolo di esplosioni e all’odore dei cadaveri ammassati determinò quindi la fine del tentativo di recupero dei corpi delle vittime.
Nel 1992, con l’elevazione di Basovizza a Monumento Nazionale, l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro portò a compimento un percorso di riconciliazione con questo dramma della storia, avviato dal predecessore Francesco Cossiga in occasione della sua visita “in loco” il 3 novembre di un anno prima. Un evento davvero dirompente perché dissolveva la nebbia che aveva coperto sino a quel momento la tragedia sul confine orientale.
Il politico sardo, al tempo massima carica dello Stato, parlò del viaggio in terra triestina come di “un debito che la Repubblica italiana non aveva ancora saldato”. Per poi aggiungere: “Chiedo perdono, a nome della Nazione, a questi morti per il silenzio che per quarant’anni li ha avvolti. Un silenzio che è stato una seconda morte”. Erano così riconosciute le colpe del nostro Paese, che aveva sacrificato la verità ai rapporti con la Jugoslavia di Tito e agli equilibri nelle relazioni tra i partiti politici.
Inginocchiandosi di fronte al sito di Basovizza, Cossiga parlò “a braccio”, invitando a concentrarsi sul concetto di “pietà cristiana”. L’ex pozzo minerario divenuto foiba, oggi chiuso da una pesante lastra in pietra che riporta una preghiera, doveva essere guardato come un’area cimiteriale, senza cadere nella trappola dello scontro tra diverse ideologie. “In questo luogo di sofferenza – disse Cossiga –, il mio cuore di cristiano e di cittadino si inchina davanti a una tragedia che appartiene alla storia di tutto il popolo italiano, senza distinzioni”. Ricordiamolo il prossimo 10 febbraio, Giorno del Ricordo in base alla legge istitutiva n. 92 del 2004.
